di Marco Serra
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Della necessità di produrre valore innescando processi partecipativi autentici ed efficaci.

Lavorare insieme per produrre soluzioni è una competenza complessa il cui valore oggi assume un pregio particolare sia in contesti organizzativi aziendali, nel no profit e in ambito istituzionale. Le ragioni di questo interesse sono da ricercarsi in un vero e proprio salto di paradigma, bene interpretato a nostro avviso dai ricercatori di Weconomy, la piattaforma di economia collaborativa cui guardiamo sempre con estremo interesse. Sicuramente un fattore di mutamento importante è costituito dallo sviluppo del web che è stato capace di alimentare la riflessione e la maggior consapevolezza sul funzionamento di sistemi p2p fornendo magnifiche metafore organizzative. E’ a questo importante passaggio ad esempio, che si devono concetti quali quello di rete di imprese (e chissà… probabilmente per la stessa ragione si porrà attenzione alle imprese in cloud, metafora che solletica ulteriori importanti riflessioni dense di implicazioni).

I livelli in cui possiamo ritrovare valore rispetto al tema del lavorare insieme sono almeno tre:
a) un primo livello interpersonale b) un livello intra-organizzativo c) un livello inter-organizzativo.


Il primo livello misura la capacità di una pluralità di persone di produrre valore attraverso la composizione partecipata di una idea, di una soluzione, di un processo. E’ un livello che stressa competenze tecniche e competenze relazionali congiuntamente: se le prime contribuiscono ad una consapevolezza dell’appropriatezza formale di una idea, misurandone efficacia ed efficienza rispetto alla soluzione di un problema , le competenze relazionali coinvolgono invece la capacità delle singole persone di esercitare l’ascolto profondo, utile ad una sintesi e rielaborazione plurale, quella che viene chiamata intelligenza connettiva.

 

L’attitudine alla partecipazione, a livello interpersonale si misura in un’attività gentile di valorizzazione del contributo altrui, un’alchimia ideativa che è l’elemento con cui  si costruisce la chimica del coinvolgimento, della collaborazione, e della cooperazione, temi già ampiamente diffusi e maturi. La partecipazione tuttavia è generativa di serendipity fantastiche anche quando viene estesa all’ambito della competizione: da qui viene il termine coopetition, crasi del termini coopetition e competition.

 

[ Il concetto di coopetition non è affatto nuovo, risale addirittura al 1937 quando Ray Noorda lo usò per primo. Per un primo approfondimento si veda questo articolo su Wikipedia ]

Il livello intra-organizzativo si riferisce alla capacità di un’organizzazione

di generare valore approfittando della capacità di lavorare insieme delle persone che la compongono. Questo aspetto non ha a che fare necessariamente con l’organizzazione formale (al modo in cui viene composto l’organigramma) anche se il design dell’assetto strategico interno di un’azienda insieme al suo linguaggio (ad esempio) dice molto su questo aspetto. Una organizzazione è naturalmente vocata al “lavorare insieme” per il raggiungimento degli obiettivi per la quale è costituita, tuttavia quello che qui si vuole richiamare è la capacità dell’organizzazione di valorizzare al meglio il contributo di ciascuno dei suoi membri, coinvolgendo autenticamente ciascuno di essi nel processo di produzione di soluzioni.
Il livello inter-organizzativo è quello che vede due o più organizzazioni cooperare o “coompetere” con autentica vocazione connettiva, per la produzione di una soluzione comune.

 

Partecipare per la creazione di valore pubblico
Il termine partecipazione viene oggi diffusamente utilizzato sopratutto nei contesti di creazione di valore pubblico e il tema stesso della convivenza democratica fonda su questo principio che trova riconoscimento perfino nella Costituzione italiana. La mancanza di partecipazione, si dice, è alla base della crisi della rappresentanza fra i cittadini e delegati (amministratori e politici).


Da molti anni ormai è diffusa la pratica di organizzare tavoli di lavoro, open space technology, wordcafè cui i cittadini ed esperti sono chiamati a partecipare. Il tema è nobile benchè a nostro avviso si dovrebbe porre maggior attenzione alle modalità di valorizzazione dei contributi. Sul tema occorre chiarire alcuni punti densi di implicazioni pratiche per chi si occupa di processi partecipati:

 

La partecipazione non è un fatto ma un processo. Non è sufficiente la chiamata alla produzione partecipata di valore per produrre un risultato distintivo [ Distintivo rispetto a cosa? dalla qualità di una soluzione prodotta individualmente]. E’ necessario che le persone chiamate alla partecipazione raggiungano un tasso di consapevolezza e conoscenza sufficiente a produrre una soluzione. Quando si disegna un processo partecipativo è necessario riflettere ampiamente su questo fatto: le persone devono essere adeguatamente sostenute con dati, informazioni, notizie, know how. Riproducendo un processo di Design Thinking diremo che è necessario sostenere un’adeguata fase di Empathize, permettere alle persone di entrare in “empatia” con il problema.

Una ulteriore implicazione è quella che, essendo la partecipazione un processo, l’esperienza è un fattore di miglioramento importante. Deriva che, ad esempio, la qualità delle risposte che una comunità sarà in grado di produrre in maniera partecipata migliorerà con l’abitudine a ricercare delle soluzioni congiuntamente.

La partecipazione è  metodo e pluralità di tecniche. Il metodo partecipativo implica l’adesione ad un paradigma dell’intelligenza connettiva; le tecniche sono un cloud esperienziale “tecnico” cristallizzatosi, capace di fornire degli strumenti operativi come ad esempio le tecniche dell’Open Space Technology o del Wordcafè…

Molto spesso si confondono i due livelli (metodo e tecniche) con l’effetto di circoscrivere l’esperienza partecipativa ad un pugno di strumenti e un mazzo di postit senza pizzicare adeguatamente le corde dell’adesione profonda delle persone agli obiettivi, adottando talvolta inconsapevolmente un atteggiamento funzionalistico o deterministico (se metto dieci persone attorno ad un tavolo e do a ciascuno un mazzetto di postit allora… troveremo in maniera partecipata la soluzione al problema “come smaltire i rifiuti”).


La partecipazione non è adatta a tutti i livelli di produzione di valore. Quando J.P. Guilford parlò per primo di”pensiero divergente” nacque l’equivoco che  questo concetto fosse in qualche modo in antitesi rispetto al concetto di “pensiero convergente”. Ci è voluto qualche tempo per comprendere che sia l’una sia  l’altra fase erano necessarie alla produzione di soluzioni creative. Allo stesso modo partecipazione e ricorso ad altre soluzioni (per esempio un panel di esperti) possono essere vantaggiosamente integrate in un più ampio processo di produzione di maggior valore.