di Anna Totaro
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“Gli aspetti tecnologici sono spesso troppo enfatizzati quando si parla del mondo digitale. Ormai il digitale è ovunque, è parte della vita quotidiana, per cui le diverse piattaforme non possono essere più considerate solo una tecnologia”.

 

E’ quanto afferma Francesca Comunello, docente in Tecniche dei Nuovi media presso l’Università Lumsa di Roma, durante una “conversazione” intorno al tema della cultura digitale. Rifuggendo da una lettura in chiave puramente determinista dell’innovazione, Francesca Comunello descrive il digitale evidenziando soprattutto gli aspetti legati al cambio di paradigma sul piano espressivo, comportamentale e culturale. L’innovazione digitale implica necessariamente una “rivoluzione culturale” che trova nelle tecnologie uno strumento di ispirazione e abilitazione. Le piattaforme digitali, alla stregua di ambienti architettonici, ci offrono delle opportunità e al contempo dei limiti:

 

“riprendo un esempio tratto dagli ambienti fisici: una stanza ti permette di fare delle cose (puoi camminare, puoi sederti) ma non ti consente di farne altri (non puoi attraversare la parete, etc); ma questa è solo una parte del racconto, una parte di ciò che noi facciamo in uno spazio architettonico esattamente come è una parte che facciamo con gli ambienti digitali”.

 

La “metafora dell’ambiente” consente anche di mettere in luce che “la parte infrastrutturale non può prescindere dalle norme e pratiche d’uso che si stabiliscono rispetto a quell’ambiente (…) qualcosa di simile accade anche con gli ambienti digitali con una differenza: le regole e le pratiche d’uso evolvono molto più rapidamente e sono meno universalmente condivise”.

Pensando al testo di Negroponte, essere digitali oggi significa in primo luogo accettare il passaggio, che con un po’ di “disinvoltura” possiamo definire compiuto, a modelli orizzontali e partecipativi:

 

“uno degli elementi più macro è certamente la transizione da modelli più gerarchici a modelli di network, più orizzontali, più orientati alla cooperazione, in cui il ruolo centrale, di autorità, non è più sancito una volta per tutte ma va conquistato; ovviamente il modello orizzontale significa anche cooperazione, contributo di utenti anche diversi tra loro per una causa comune. Per sintetizzare penso al passaggio dal “modello a cattedrale a quello a bazar” di Raymond”.

 

Nel momento in cui si avvia un processo di trasformazione digitale che mette in discussione i principi e i modelli di funzionamento abituali si sente la necessità di ancorarsi a metodologie e modelli che possano innescare e supportare il passaggio al “nuovo”. Tuttavia spesso assistiamo ad un processo contrario che cerca di contrastare la transizione in atto piuttosto che accompagnarla:

 

“penso a tutte quelle lamentele che sentiamo spesso sui mass media o anche nel discorso comune relativamente alla perdita di qualcosa che c’era prima e adesso non c’è più, una tra tutte il dibattito sulla cosiddetta post-verità”.

 

D’altro canto non accettare il modello del passato non significa accettare acriticamente tutto ciò che accade oggi. Spesso i “discorsi” sul digitale sono dettati da un ottimismo quasi di maniera, frutto di un innamoramento del “nuovo” non ancorato a solide basi interpretative. Il pensiero va ai primi approcci allo studio delle tecnologie di rete, quando la riflessione sociologica si muoveva ad uno stadio prevalentemente emotivo. L’iniziale euforia che ha influenzato una lettura epidermica, superficiale, del fenomeno Internet, passando attraverso le aride contrapposizioni tra apocalittici e integrati, ha lasciato il posto ad una osservazione più attenta, cauta e per certi versi pragmatica del ruolo delle tecnologie digitali nella società. Per Francesca Comunello occorre abbandonare la “retorica della democraticità intrinseca del web”.

 

“Negli ambienti sufficientemente ampi e basati sulla collaborazione distribuita ci sono delle gerarchie che non sono più determinate dalle regole o fattori a cui si rispondeva nei decenni passati (pensiamo alle comunità hacker, ai gruppi delle culture partecipative descritti da Jenkins etc.); in tutti questi ambienti emerge una gerarchia, emergono dei nodi o dei soggetti più importanti, maggiormente riconosciuti rispetto ad altri; quello che cambia è il criterio con cui attribuiamo prestigio e rilevanza ad un interlocutore che non è più dettato da una posizione sociale predeterminata, ma dal contributo alla causa comune, dalla riconoscibilità, dall’autorevolezza”.

 

Anche il concetto di collaborazione o i modelli orizzontali non significano democrazia tout court,

 

“mi viene in mente la frase per un certo verso paradossale di  Barabasi ,“il web non è democratico”, benché sia nato per la condivisione e per creare cooperazione tra nodi che nascono pari, se osserviamo i modelli strutturali del network costituito dal web sappiamo perfettamente che ci sono nodi molto più importanti di altri, gli hub, che sono interconnessi e che hanno la possibilità di influenzare e far circolare l’informazione da loro prodotta che è non paragonabile a quella della maggior parte degli altri nodi. Rimanendo nell’esempio del web sappiamo perfettamente che Google funziona valorizzando maggiormente quei nodi che hanno più link in ingresso; questo vale anche per i social media, è vero che su Facebook o Twitter ognuno può dire la sua ma è altrettanto vero che alcuni nodi sono più influenti di altri”.

 

Per Francesca Comunello riconoscere questo tipo di dinamiche è fondamentale se si vuole agire in modo consapevole nell’era digitale. Così come non si può non considerare l’importanza delle risorse necessarie a trasformare le potenzialità del digitale in “reali” espressione di cittadinanza attiva e inclusione sociale.  Il tema delle competenze digitale diventa centrale se pensiamo ad un utilizzo consapevole delle tecnologie. Anche la definizione un po’ abusata di “nativi digitali”, cui spesso si ricorre per descrivere la naturale dimestichezza con le tecnologie digitali delle generazioni nate dopo gli anni ’80, sta perdendo la sua validità euristica:

 

“immaginare che i giovani nascano già con le competenze per utilizzare le tecnologie digitali in realtà fa un grave danno ai giovani stessi, nel senso che ci porta a non problematizzare tutte quelle competenze di più alto livello che servono per agire in modo consapevole nell’era digitale”

 

Riprendendo i risultati della ricerca condotta dallo Stanford History Education Group che ha coinvolto studenti della secondaria, dei licei, e dell’università:

 

“è emerso che i giovani non hanno competenze digitali: non parliamo delle competenze tecniche ma di competenze nel saper processare l’informazione, nel  saper distinguere contenuti comuni dalla pubblicità, nell’ identificare le fonti attendibili e non di una notizia”.

 

Anche nella recente esperienza di ricerca di Francesca Comunello sui gruppi pro e contro vaccini online sono emersi elementi che smentiscono il nesso di causalità tra accesso alle tecnologie e piena competenza nel gestirle è una ricerca sui gruppi pro e contro vaccini online.

 

“Al di là del tema specifico quello che mi ha colpito è che gli studenti universitari hanno difficoltà a decifrare l’informazione e a valutare l’attendibilità di una fonte online. Parliamo di competenze di base che non sono particolarmente elaborate, tuttavia sono irrinunciabili nella società di oggi e vanno abbastanza in controtendenza rispetto alla retorica dei nativi digitali”.

 

Il dibattito sulle fake-news il più delle volte viene alimentato senza ricorrere al tema della capacità di “pensiero critico”, ovvero di reperire e valutare criticamente l’informazione. Eppure una delle competenze di base proposte nel framework europeo DIGCOMP 2.0 nell’ambito dell’area della competenza informativa, è relativa a “Valutare dati, informazioni e contenuti digitali”. Per Francesca Comunello la competenza informativa è senza dubbio anche una competenza di cittadinanza:

 

“nel momento in cui viviamo in una società in cui l’informazione è così tanta sul piano quantitativo non esser in grado di valutarla, validarla, confrontare fonti diverse è sicuramente una carenza grave e potenzialmente dannosa per i soggetti”. 

 

A volte il dibattito sulle bufale online e la post-verità si inserisce in quel più ampio filone che cerca di delegittimare le tecnologie digitali e i social media vedendo in questi ultimi la causa di ogni “male”.

 

“Un esempio che va tenuto sempre presente è il famoso studio di Cantril degli anni ‘40 sulla guerra dei mondi di Orson Welles in cui si simulava l’invasione aliena negli Stati Uniti (…) oggi più o meno la situazione è simile: chi ha un bagaglio cultural e maggiore capacità di processare l’informazione riesce a difendersi dalle bufale da quelle più ingenue a quelle più significative”. 

 

Questo tema è anche strettamente correlato alla crescente sfiducia nei confronti dei settori cruciali delle società moderne: la politica, la scuola, il giornalismo.

 

“nel momento in cui la sfiducia nelle istituzioni di qualsiasi tipo crolla allora questo diventa un tema; perché se non mi fido più del sistema dell’informazione, delle istituzioni scientifiche, della politica, del giornalismo, di certo ogni opinione è legittimata allo stesso modo e diventa pertanto estremamente complicato andare a confrontare fonti e punti di vista diversi sullo stesso tema”.

 

Sul tema delle competenze digitali l’Italia sconta un’arretratezza derivata anche da un tasso di analfabetismo digitale (dati 2016 Eurostat) tra i più elevati nei Paesi Europei. La fotografia che i dati (DESI) continuano a restituirci è quella di un’Italia digitale ancora in grave ritardo, con un nodo centrale rappresentato dalle basse competenze digitali. Nell’ambito della querelle sull’arretratezza digitale italiana:

 

“non aiuta nemmeno il fatto che buona parte della popolazione più anziana non utilizzi Internet, perché in questo modo si finisce per non avere quella funzione di accompagnamento nell’uso delle tecnologie che le generazioni più adulte potrebbero avere nei confronti dei più giovani”.

 

Anche la retorica contro Internet, e i social media in particolare, di certo più marcata nel nostro paese rispetto ad altri contesti internazionali, tende a “segregare i giovani nel loro ambiente fatto di “cose strane” che gli adulti non conoscono (…) manca in un certo senso la legittimazione di ciò che si “fa online”.

Le istituzioni dedicate alla formazione stanno vivendo una fase intensa di ripensamento complessivo delle proprie finalità e delle modalità organizzative e didattiche. Per chi lavora nella scuola è strategica la necessità di definire un quadro di riferimento comune su cosa e quali siano le “competenze digitali”, soprattutto nel momento in cui si riconosce che le competenze dei giovani sono spesso il risultato di percorsi di appropriazione non istituzionalizzati. E’ anche vero che le istituzioni educative possono diventare parte attiva dei processi di alfabetizzazione digitale, e quindi di inclusione sociale, solo se integrano le competenze digitali nella pratica didattica. Nel contesto universitario, anche se prevale una forma tradizionale di trasmissione del sapere, ci sono casi in cui si sperimenta in maniera più avanzata, non necessariamente solo con le tecnologie.

 

 “personalmente mi è capitato di sperimentare l’utilizzo di un hashtag ufficiale del corso, proposto agli studenti come strumento didattico: abbiamo chiesto agli studenti di fare un Live Twitting della lezione capovolgendo l’impostazione classica che voleva i telefoni e i pc spenti in aula; l’attività fatta su Twitter diventa anche poi parte della valutazione finale dei frequentanti, così come la creazione di un blog e la promozione sui canali social. In questi casi il ruolo del docente diventa un ruolo di accompagnamento alla progettualità. Oppure ci sono altre forme di sperimentazione con piattaforme più o meno open, collaborative, in cui agli studenti si dà un ruolo attivo. Non è sempre facile, spesso vanno un po’ spronati prima di ottenere un atteggiamento proattivo, ma poi nel medio periodo questo tipo di impostazione paga molto di più della classica lezione in cui si trasmette semplicemente qualcosa”. 

 

Segnali che denotano un aliquid novi nelle istituzioni formative, caratterizzate da un costante ritardo rispetto alla velocità di penetrazione delle tecnologie digitali nell’universo giovanile, tale da determinare una fondamentale, seppure per ora disomogenea, riduzione del divario tecnologico con i luoghi deputati alla trasmissione del sapere.

 


Chi è Francesca Comunello?

Francesca Comunello, PhD, è professoressa associata di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso il Dipartimento di Scienze Umane della LUMSA, Roma, dove insegna “Internet Studies” e “Società, globalizzazione e nuovi media”. Fino al 2014 è stata ricercatrice presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza.
Le sue aree di interesse includono la comunicazione e i media digitali, con particolare riferimento alle relazioni sociali mediate dalle tecnologie digitali, ai social network site, al digital divide, alla comunicazione mobile, al ruolo dei social media nella comunicazione d’emergenza. In particolare, è coordinatrice nazionale del PRIN (Progetto di Rilevante Interesse Nazionale) “ShakeNetworks. Il ruolo dei social media nella comunicazione d’emergenza e nella divulgazione della ricerca sismologica”, finanziato dal MIUR (2014-2017).
Ha curato 5 volumi ed è autrice di 2 monografie e numerosi articoli scientifici, alcuni dei quali sono pubblicati su riviste internazionali quali Media, Culture and Society; Games and Culture; The Sociological Review; Annals of Geophysics. Tra i suoi articoli più recenti (con Fernández-Ardèvol M, Mulargia S, Belotti F), Women, Youth, and Everything Else. Age-based and gendered stereotypes in relation to digital technology among elderly Italian mobile phone users, Media, Culture and Society; (con S. Mulargia, L. Parisi) The ‘proper’ way to spread ideas through social media: exploring the affordances and constraints of different social media platforms as perceived by Italian activists. SOCIOLOGICAL REVIEW; Tra “donne panda” e mainstreaming di internet. Un’analisi esplorativa sulle giornaliste italiane (anche) online. Problemi dell’informazione, 3/2015